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Julio del 2007


gennaro carotenuto, italia

Colpo di stato digitale in Cile: Michelle Bachelet svende il paese alla Microsoft

Il governo di Michelle Bachelet mette nelle mani di Microsoft il monopolio totale del presente e del futuro informatico cileno. Con un grande concordato tra stato e... chiesa, da oggi Microsoft controllerà tutti i dati sensibili dei cittadini cileni e lo stato stesso li spingerà ad usare solo prodotti della multinazionale.

di Gennaro Carotenuto

http://www.gennarocarotenuto.it/public/chilecom2.jpg

Mentre buona parte dell'America Latina, dal Perù al Brasile al Venezuela, dove oramai la stragrande maggioranza dei computer in uffici pubblici funziona con il sistema Linux, sceglie il software libero, il Cile va in direzione opposta. Al contrario il governo "di sinistra" di Michelle Bachelet, non ci crede e ha consegnato il monopolio del futuro informatico e tecnologico del paese ad una sola impresa multinazionale straniera, la Microsoft. Con un'elemosina di pochi milioni di dollari, la Microsoft da ora dispone dell'intera macchina dello stato cileno per rafforzare la propria posizione dominante nel paese.

Lo hanno firmato in silenzio, lo scorso 9 maggio, ma i dettagli dell'operazione stanno venendo alla luce solo ora per opera di un ricercatore, Carlos Moffat, e un giornalista, Christian Leal. Sembra quasi un trattato tra stati, si chiama "Accordo quadro di Collaborazione tra il governo del Chile e Microsoft Corporation". E' stato firmato addirittura dal ministro dell'economia, Alejandro Ferreiro, e dal capo dell'ufficio strategie di Microsoft Craig Mundie. Mandare un ministro importante a firmare un accordo con un funzionario? Dove l'ho già sentita? Certo, nel 2003 a Miami, la ministra degli esteri cilena e allora precandidata alla presidenza, Soledad Alvear, firmò il Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti. A rappresentare il governo degli Stati Uniti, andò un semplice sottosegretario all'agricoltura, Robert Zoellick. Quella volta non andò George Bush -e Ricardo Lagos rinunciò all'ultimo istante- e questa volta non si è presentato Bill Gates. Povero chilito, più si comporta in maniera ligia agli interessi dei potenti, più questi lo snobbano.

Ma di cosa tratta l'accordo tra Cile e Microsoft?

Il punto più conflittuale si chiama "domicilio digitale": la Microsoft si impegna a creare e gestire uno spazio basato sulla piattaforma Live (Messanger, Spaces eccetera) dove il governo concentrerà tutte le informazioni su 18 milioni di cileni. Una sola compagnia straniera conoscerà così vita, morte e miracoli (residenza, dati sensibili, dichiarazioni dei redditi) di tutti i cileni. Tutto ciò si accompagnerà con la altrettanto importante parte locale: la Microsoft gestirà i portali di tutti i municipi del paese (e se volessero farlo per conto proprio?) e gestirà informazioni finanziarie, fiscali, contabili, appalti, traffico, salute ed educazione. La Microsoft domani saprà che il signor Pérez, residente a Puerto Montt, è in chemioterapia o se la signora Rodríguez, di Arica, ha pagato la tassa sui rifiuti.

Per tutto ciò il governo cileno pagherà e salato. Ma c'è anche la parte che rivela la natura filantropica della Microsoft. I due soggetti si impegnano reciprocamente a che tutti i cittadini cileni dai 18 ai 35 siano addestrati ad usare programmi Microsoft come Windows, Word e Internet Explorer e solo quelli. Dopo aver creato le condizioni del monopolio totale sul sistema scolastico cileno, la Microsoft donerà addirittura un milione di dollari perché le scuole cilene siano collegate ad Internet (ovviamente via Microsoft) e ben 600.000 dollari perché 30.000 insegnanti (20 dollari a testa, il resto lo mette il governo) vengano addestrati a fare i promotori dei prodotti Microsoft.

Un milione e sei in donazioni per l'educazione dei cileni all'uso di prodotti Microsoft. A caval donato, diranno i sostenitori... A questi si aggiungono ben sei milioni di euro per tre anni in sconti a studenti e cittadini cileni a basso reddito per acquistare prodotti Microsoft. Così i poveri e gli indigenti cileni -che sono completamente esclusi dal sistema educativo privatizzato in dittatura e ancor più privatizzato in "democrazia"- potranno ottenere a prezzo scontato Windows Vista! Grazie Microsoft, Grazie Michelle!

Altrettanto generoso è un altro programma, quello destinato alle piccole e medie imprese. Microsoft sconterà la cifra di 5 milioni di dollari sull'acquisto del parente povero di Microsoft Office, Works e per acquistare un visualizzatore di Power Point. Un visualizzatore! Un visualizzatore per vedere presentazioni fatte da altri. Se poi le piccole imprese cilene volessero farsele da sole le presentazioni (sai com'è...) allora sono sempre libere di comprare Power Point a prezzo pieno.

A dire il vero conosco decine di posticini in giro per Santiago dove comprare software piratato, ma immagino che non sia carino dirlo. Soprattutto perché un altro punto dell'accordo concerne l'aiuto disinteressatissimo di Microsoft al governo cileno per combattere la pirateria informatica.

Saranno infine ben 300.000 (in tre anni, 100.000 l'anno) i dollaroni che Microsoft metterà a disposizione per fomentare l'innovazione tecnologica nelle università cilene. La cifra stanziata è talmente esigua da far capire che a Microsoft non interessa nulla del contributo dei giovani informatici cileni all'innovazione tecnologica. L'unica cosa importante è che -come per il colonialismo classico- il Cile continui ad essere un mero mercato di consumo per i prodotti dei centri economici mondiali. Con il consenso del governo del paese.

Mentre nei paesi pilota del cambio in America latina, ma anche in quelli ancora ancorati all'ortodossia neoliberale, come il Perù, si sceglie il software libero, il Cile punta tutto sul software proprietario. Alejandro Ferreiro, ministro dell'Economia di Michelle Bachelet, afferma che il Cile vada così in direzione degli standard mondiali di progresso tecnologico. Ma non sono gli standard aperti, quelli del software libero e non proprietario che consentono l'innovazione e l'indipendenza nazionale. Sono gli "standard commerciali", quelli di Microsoft e del neoliberalismo. Ancora una volta il Cile brilla, ma per la sua supinità.

http://www.gennarocarotenuto.it

Por lobitogabriel - 31 de Julio, 2007, 15:42, Categoría: periodico
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el tren

Desde 1994 se emite en la radio de Catalunya el tren, música y palabras de américa latina, con la conducción de fernando blasco.  La temporada 04/ 05 es la décima temporada, la quinta en Ràdio Ciutat de Badalona, con la misma idea de siempre, la de difundir la cultura latinoamericana, en todas sus expresiones, y con todas sus consecuencias. Toda la información sobre el programa, en la web:

 www.eltren.net

Por lobitogabriel - 31 de Julio, 2007, 15:39, Categoría: radio en la isla
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fernando blasco, argentina

 mujerpatria

Te amo desde el centro de mi llanto.

Te amo desde el fondo de mis hijos.

A pesar del futuro despiadado.

A pesar de la bronca sin respiro.

 

Te amo con tu cielo encapotado.

Te amo con tus soles, de a poquito.

Te amo, aunque me hayas olvidado.

Te amo desde aquí, desde tu olvido.

 

No sé por qué te amo. No me pidas

que te explique cuestiones tan filosas,

ni que busque a mi amor una salida.

 

Te amo con tus eventuales rosas

y con tu eterno y fiel jardín de espinas.

Será porque no sé hacer otra cosa.

Por lobitogabriel - 31 de Julio, 2007, 15:36, Categoría: poesia
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fernando blasco, argentino en españa

Nació en Buenos Aires, República Argentina, el 21 de agosto de 1966. Reside en Barcelona desde 1991.

Cursó sus estudios en el ISER, Buenos Aires, donde obtuvo los títulos de Periodista, en 1989, y Locutor, en 1990.

Fue Profesor de Televisión del curso Introducción a los Medios de Comunicación, de la Universidad de Granada, España, en 1997

Es conductor del programa "el tren" desde 1994, que actualmente se emite por Ràdio Ciutat de Badalona.

 

Ha visitado Chile, Brasil, Francia, Hungría, Grecia, Reino Unido, Estados Unidos, Alemania, Austria y Holanda.

Actualmente trabaja en su quinta novela, continuación cronológica y argumental de Los suicidas van al cielo.

Es autor de

Pasos, poemas con circunstancias (Poemas, Libros del tren, 1997)

Los suicidas van al cielo (Novela,

Ed. Piso 12, 2003)

Padre Santiago (Novela, Ed. Piso 12, 2006)

Inéditos:

El final de todos los caminos (Novela)

Variaciones sobre el mismo tema (Novela)

La responsabilidad de la literatura (Relatos)

Mujerpatria (Poemas)

El sueño de Protágoras (Poemas)

Diálogo de ciegos (Poemas)

El corazón de Chopin (Teatro)

Duna Blues (Viajes)

Reconocimientos

2000

       -  General de Manresa. primer premi poesia

           - V Festival de poesia de Girona. Seleccionado para la edición de  Singulars d’un plural

.

           - Premi Laureà Mela. Mención

2001

      

-VI Festival de poesia de Girona. Seleccionado para la edición de Singulars d’un plural.

2002

       -

6º premio de poesía “José M. Valverde”. accésit 

           - VII Festival de poesia de Girona. Seleccionado para la edición de Singulars d’un plural.

           - V Certamen Internacional Contextos de relato breve.

Segundo Premio                               

            

 Publicaciones

Pasos, poemas con circunstancias  (poemas)   Epuyén, 1997

Singulars d'un plural           (poemas)    Diputació de Girona, 2000, 2001y 2002

Premio José Mª Valverde        (poemas)    Comissions Obreres de Catalunya, 2002, 2003

Los suicidas van al cielo         (novela)    Ed. Piso 12, 2003 

Padre Santiago                (novela)    Ed. Piso 12, 2006 

Por lobitogabriel - 31 de Julio, 2007, 15:35, Categoría: bios
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la iguana

Primer Concurso Nacional de Poesía
"LA IGUANA"
Requisitos : podrán participar autores mayores de 18 años o residentes en la Argentina.
 La temática y métrica será libre.
Bases: 1) se presentarán de 3 a 5 poemas, de hasta 35 versos, por triplicado en le hoja tamaño A4, letrea Times New roman y a doble espacio. Las obras se firmarán con seudónimo.
             2) en sobre cerrado (plica) se colocará en el anverso el seudónimo y un título que englobe a la serie de poemas y dentro del mismo , los datos de autor : nombre, domicilio, teléfono, DNI y correo electrónico. Se puede incluír una breve reseña bibliográfica  de hasta 5 renglones (no excluyente)
            3) la inscripción es de $10 que servirán para financiar la edición del poemario  ( ver punto 4) ya que sabemos que La Iguana es independiente y no recibe subsidios ni donativos de ningún tipo.
            4) Primer premio : edición de un poemario de 20 poemas, difusión en la revista virtual y reportaje en la gráfica. Diploma.
               Segundo premio : difusión en la revista virtual y gráfica , reportajes y ediciones especiales con la obra. Diploma que lo certifique.
               Tercer premio: ídem al anterior
           5) El jurado se dará a conocer en la edición de "La Iguana 73" en formato virtual.
            6) El plazo de recepción es del 9/7/07 hasta el 15 /10/ o7 . Los resultados se dar'an a conocer de manera personal a los ganadores y por medio de la red a todos los participantes y público en general.
             7) La entrega de premios coincidirá con la fiesta de "La Iguana" en donde se lanzará la número 6 en gráfica , que será en el mes de octubre del corriente año..
               8) Los trabajos se remitirán por carta certificada,( ya que dentro de la plica se colocarán los 10 pesos de inscripción)  o personalmente de 9 a 12 hs a la siguiente dirección:
               Primer Concurso Nacional de Poesía "La Iguana"
               Leloir 772
               (1834) Témperley
                BsAs Argentina
 Este proyecto será el que iniciará el proyecto 2008 de "Ediciones de la Iguana" dedicado a la publicación y difusión de autores que no tienen la posiblidad de dar a conocer sus obras por otros medios masificados.

Por lobitogabriel - 31 de Julio, 2007, 9:01, Categoría: concursos literarios
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pablo daniel ovin, argentina

Palabras

Fluyen en el viento.

El viento las lleva, y ya no son propiedad de nadie.

¿Quién dice quién dijo?

Decir y callar.

Suben en el viento.

El viento las eleva, y luego carecen de sentido.

¿Quién sabe que sabe?

Hablar y mentir.

              

Verdad o palabras

Discurso, relato. cuento, poesía.

Te quiero, te odio. Te amo.

Dame, te doy. Te prometo.

Esperame, te espero. Me voy.

No te escucho, no me escucho.

Son sólo desbordes. 

tomado de: La bodega del dablo

Por lobitogabriel - 30 de Julio, 2007, 15:31, Categoría: poesia
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Por lobitogabriel - 30 de Julio, 2007, 15:27, Categoría: web
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leopoldo teuco castilla, argentina

EL AMANECIDO

¿Qué estaré siendo yo de este lugar
que ha parido la presa de su cacería?
Entenado de mis muertos
llevo una flor a su caridad
para que vuelva en mí esta comarca,
pero es tarde,
el cielo envejeció
y el espacio ha crecido demasiado.

He gozado todos los sonidos,
me he dejado llorar
por ojos difuntos,
he besado a mi época en la lengua
y a esta altura
soy el cielo de mis fornicaciones
y la intemperie donde flameo, inhumano.

Entro a la tormenta de la casa vacía
y lluevo largamente,
con la copa en las raíces,
asfixiado por el aire,
y, enguantado por mi oscuridad,
pudro mi leña,
eyaculo el escenario,
pierdo los papeles, tacho la luz,
lastimo la función.

Los otros no saben que están dentro
de un día que no amaneció,
el que me he robado
mientras del suero de mi cerebro
se amamantaba la noche
cuando yo tiraba mis huesos al aire
y ni la muerte los reconocía.

Tengo dentro
un salto de pájaro espantado,
un niño helado en su futuro,
un camino que no deja de ir
y un árbol inmóvil
soltando frutos oscuros.

No hay contemplación: mi limosna es mi cuerpo.
Ya no me sirve el universo
ni yo le sirvo.

Hacia una luz inválida se va el día.
Y no me lleva.
Donde yo duermo, trinan como perras,
mendigas, las palomas.

tomado de: poemania 114

Por lobitogabriel - 30 de Julio, 2007, 15:26, Categoría: poesia
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gennaro carotenuto, italia

Presunzione di colpevolezza per la rumena presunta rapitrice di bimbo

In Italia, se ti chiami Berlusconi, o Fassino, o Fazio, sussiste una forma estesa di presunzione di innocenza che (vedi Previti) va perfino oltre la condanna passata in giudicato. Se invece sei rumena, specie se prostituta o zingara, sei colpevole senza processo ed è già tanto se non ti fuciliamo sul posto.

di Gennaro Carotenuto

Il caso è quello di Isola delle Femmine, in provincia di Palermo. I media sono del tutto univoci: la donna, rom, nomade, zingara, a seconda del grado di grossolanità, è sicuramente colpevole di aver nascosto un bambino di tre anni sotto la sua gonna per sequestrarlo. Dalla Rai a Mediaset, dall'ANSA al Corriere della Sera a Repubblica non si trova un condizionale a pagarlo un milione. Del resto è noto (leggasi: è diffusa vulgata) che gli zingari rapiscono i bambini e non importa che MAI nella storia uno "zingaro" sia stato condannato per un rapimento.

Sul forum di kataweb (gruppo l'Espresso), il più grande editore "di sinistra" d'Italia dà libero sfogo alle foie razziste dei propri lettori. A kataweb devono considerare libertà d'espressione anche l'incitamento al linciaggio: "basta di questa gentaglia.. ops..di queste bestie non se ne può più! così come non se ne può più di tutta quella massa di politici (comunisti) buonisti verso questa gentaglia! Sicuramente purtroppo quella schifo di donna sarà già in giro e chissà magari ha già ripetuto il gesto per cui era stata arrestata! Un sano linciaggio non sarebbe stato male!". Quella che si firma addirittura come Avvocatessa Barbara Pelle (una principessa del diritto) dice: "Io l'avrei lasciata nelle mani della gente. Non c'è niente di più efficace di una folla inferocita. Questa gente deve tornare da dove è venuta, siamo stanchi dei loro modi di fare da 'bestie'" e via seguendo, senza che il gruppo l'Espresso senta la decenza di intervenire visto che nel proprio forum si stanno commettendo dei reati.

Sarà andata davvero così come la raccontano i media? Forse, chissà. In più di un caso i magistrati hanno poi dimostrato che la sola presenza della "zingara" aveva fatto spaventare i genitori ed immaginare un sequestro. Ovviamente, nel caso tra qualche mese la zingara sequestratrice fosse dichiarata innocente perché il fatto non sussiste, non avrà alcun diritto di rettifica.

E allora l'importante è la disparità ademocratica di fronte all'informazione, prima ancora che di fronte alla legge, delle persone. E' ovvio, è pleonastico e noioso dirlo, eppure va detto ogni volta che è necessario: per i potenti mille prudenze, per una rumena senza fissa dimora, la presunzione di colpevolezza e l'incitamento al linciaggio.

A tutto questo si aggiunge il pregiudizio razzista radicato: gli zingari rapiscono i bambini. Non importa che MAI -NEANCHE UNA VOLTA- nella storia uno "zingaro" sia stato condannato per un sequestro: per i bravi italiani gli orchi -da Mazara a Cogne, da Casalbaroncolo a Rignano- vengono sempre da fuori.

http://www.gennarocarotenuto.it

Por lobitogabriel - 30 de Julio, 2007, 15:23, Categoría: periodico
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amelia biagioni, argentina

DIGO

Digo tiempo. Y nublada una paloma

de girante nostalgia se desgarra

de mi sien, y su danza gris me narra.

Olas de cielo agrandarán su idioma.

Digo ardor. Y escuchemos, porque asoma

mi sangre largamente en la cigarra.

Digo tierra. Y apoyo la guitarra

sur del viento, en mi pecho, suave loma.

Para que Dios en lo que digo vibre,

en toda enamorada me consumo,

en álamo de llamas me levanto;

y Él sueña en mi final, donde soy humo

de violín. Celebremos, pues soy libre :

Para cantar hay que morir. Y canto.

AMELIA BIAGIONI//Argentina/1916-2000//de su ANTOLOGÍA POÉTICA/Fondo nacional de las artes- Envio rui mendes

Por lobitogabriel - 30 de Julio, 2007, 15:21, Categoría: poesia
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reseñas literarias

los invito a leer nuestro blog literario http://blog.sophosenlinea.com/  reseñas y comentarios de lectores y escritores guatemaltecos. javier.

Por lobitogabriel - 30 de Julio, 2007, 15:20, Categoría: web
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julia del prado, peru

Julie

Un día no lejano

saldrá de la flor de liz el poeta   

   - Compraré un planeta con casa de

      frutas para los críos

      América cantará a su Agua

                                   sin fronteras

      Y el hombre cocinará la paz

      como una danza

                              de sonrisas frescas

      Alrededor de la chimenea  el fuego

      aquietará su corazón

                                en casita de madera

       

       Uno para todos / todos para uno

       dirá ese Ser Hombre/ Ser Sueño.

 Entonces Yo   Mujer Anciana

 beberé esa fuente del gavilán

                            y su escritura

tomaré fotos  de la flor de liz

                                 y su poeta.

No queda más  / abordaré la Nave

Por lobitogabriel - 30 de Julio, 2007, 8:56, Categoría: poesia
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raul perez arias, argentina

DESNUDA

Desnuda
sos como mi pena
......humana
que no habla
......ni grita
pero a veces ...
......estalla.

tomado de: La bodega del diablo

Por lobitogabriel - 30 de Julio, 2007, 8:54, Categoría: poesia
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eduardo dalter, argentina

VIEJA POSTAL VENEZOLANA

En la orilla abrupta duerme
..........de honda mar un tiburón
con una herida corta
y abierta en U como su boca
......................triste, triste
bajo el blanco sol
...........y entre algas abundantes
y una botella rota de cerveza.


tomado de: La bodega del diablo.

Por lobitogabriel - 30 de Julio, 2007, 8:54, Categoría: poesia
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alicia chilifoni, argentina

COMO EN LA VIDA

Una sola hoja tiene ese árbol, en este otoño, allá muy alto, una hoja sola. ¿Se verá airosa por permanencia, o derrotada por soledades?
Tiembla en la brisa que la conmueve. ¿O es que suspira por desprenderse, e ir a reunirse con sus iguales, soles y estrellas, estrellas ocre, allá en el cielo del suelo verde?
Se inclina, duda, se tienta, sufre. Yo tengo miedo que se suicide. ¿Sumar historia sin nadie al lado? Sí que la entiendo, eso es muy triste.

tomado de: La bodega del diablo

Por lobitogabriel - 30 de Julio, 2007, 8:53, Categoría: poesia
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carlos carbone, argentina

QUE LA POESÍA TE TOQUE

Que la poesía te toque
con su mano de luz
con su vuelo de gorrión
con su aire arriba de la cuerda.

Que la poesía te toque
con su ojo de nodriza
con su lengua de gato
con su sudor de lluvia nocturna.

Que la poesía te toque
en el rincón del desastre
en el nudo de tu corteza
en la brumosa pluma de tu seno.

Que la poesía te toque
y te hiera de muerte
y te convierta en tinta
..............................sartén
o tormenta de espejos.

Que la poesía te toque
y sea definitivo
una cruz
un hogar de animales salvajes.

Que la poesía te toque
y revierta tu realidad
y pudra tus lágrimas
y despierte el feroz umbral
...................................de tu pecho.

Que la poesía te toque
y la música para siempre
y los relámpagos por siempre
y el despertar siempre.

Que la poesía te toque
y tus pies sean
...................terremoto sobre el mundo

Que la poesía
Que la poesía te toque.


tomado de: La bodega del diablo

Por lobitogabriel - 30 de Julio, 2007, 8:52, Categoría: poesia
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norberto corti, argentina

CANTO A LA BANDERA

Quiero juntar la vida, el canto, todo;
convocar las gaviotas y los puertos
algo más de la sal y de la espuma.
Territorio amarillo efervescente
de trigo y transparencia.

Tener entre mis ganas la sangre de la tierra,
tener un vuelo azul, bandera,
blanco de alas y cielo.
Tener el canto, digo,
el sabor de lo eterno junto a lo que queremos.

Asignar el futuro a los ojos de un hijo,
derramar el amor en las manos del Hombre,
designar el color del miedo y la esperanza
con el vuelo del pecho.
Fabricar un pan grande de colores diversos
donde habite el hambriento.

Quiero juntar la vida, el canto, todo.
Quiero decir bandera.
Fundarle los colores,
mejor dicho, las venas por donde ande la gente
mezclada con el viento.
..................En todo caso
..................el viento
..................tendrá que ser bandera.

tomado de: La bodega del diablo.

Por lobitogabriel - 30 de Julio, 2007, 8:51, Categoría: poesia
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carmen carmona, argentina

Bendito será el lugar
donde hallemos
la fórmula del pan.
Bienvenido será el lugar
donde aprendamos
cómo comerlo...
Allí acamparemos
hasta saber el punto justo
de su cocción.

tomado de: La bodega del diablo

Por lobitogabriel - 30 de Julio, 2007, 8:49, Categoría: poesia
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octavio paz, mexico

Pasado en claro

A Roman Jakobson

Oídos con el alma,
pasos mentales más que sombras,
sombras del pensamiento más que pasos,
por el camino de ecos
que la memoria inventa y borra:
sin caminar caminan
sobre este ahora, puente
tendido entre una letra y otra.
Como llovizna sobre brasas
dentro de mí los pasos pasan
hacia lugares que se vuelven aire.
Nombres: en una pausa
desaparecen, entre dos palabras.
El sol camina sobre los escombros
de lo que digo, el sol arrasa los parajes
confusamente apenas
amaneciendo en esta página,
el sol abre mi frente,
balcón al voladero
dentro de mí.

Me alejo de mí mismo,
sigo los titubeos de esta frase,
senda de piedras y de cabras.
Relumbran las palabras en la sombra.
Y la negra marea de las sílabas
cubre el papel y entierra
sus raíces de tinta
en el subsuelo del lenguaje.
Desde mi frente salgo a un mediodía
del tamaño del tiempo.
El asalto de siglos del baniano
contra la vertical paciencia de la tapia
es menos largo que esta momentánea
bifurcación del pesamiento
entre lo presentido y lo sentido.
Ni allá ni aquí: por esa linde
de duda, transitada
sólo por espejeos y vislumbres,
donde el lenguaje se desdice,
voy al encuentro de mí mismo.
La hora es bola de cristal.
Entro en un patio abandonado:
aparición de un fresno.
Verdes exclamaciones
del viento entre las ramas.
Del otro lado está el vacío.
Patio inconcluso, amenazado
por la escritura y sus incertidumbres.
Ando entre las imágenes de un ojo
desmemoriado. Soy una de sus imágenes.
El fresno, sinuosa llama líquida,
es un rumor que se levanta
hasta volverse torre hablante.
Jardín ya matorral: su fiebre inventa bichos
que luego copian las mitologías.
Adobes, cal y tiempo:
entre ser y no ser los pardos muros.
Infinitesimales prodigios en sus grietas:
el hongo duende, vegetal Mitrídates,
la lagartija y sus exhalaciones.
Estoy dentro del ojo: el pozo
donde desde el principio un niño
está cayendo, el pozo donde cuento
lo que tardo en caer desde el principio,
el pozo de la cuenta de mi cuento
por donde sube el agua y baja
mi sombra.

El patio, el muro, el fresno, el pozo
en una claridad en forma de laguna
se desvanecen. Crece en sus orillas
una vegetación de transparencias.
Rima feliz de montes y edificios,
se desdobla el paisaje en el abstracto
espejo de la arquitectura.
Apenas dibujada,
suerte de coma horizontal (-)
entre el cielo y la tierra,
una piragua solitaria.
Las olas hablan nahua.
Cruza un signo volante las alturas.
Tal vez es una fecha, conjunción de destinos:
el haz de cañas, prefiguración del brasero.
El pedernal, la cruz, esas llaves de sangre
¿alguna vez abrieron las puertas de la muerte?
La luz poniente se demora,
alza sobre la alfombra simétricos incendios,
vuelve llama quimérica
este volumen lacre que hojeo
(estampas: los volcanes, los cúes y, tendido,
manto de plumas sobre el agua,
Tenochtitlán todo empapado en sangre).
Los libros del estante son ya brasas
que el sol atiza con sus manos rojas.
Se rebela el lápiz a seguir el dictado.
En la escritura que la nombra
se eclipsa la laguna.
Doblo la hoja. Cuchicheos:
me espían entre los follajes
de las letras.

Un charco es mi memoria.
Lodoso espejo: ¿dónde estuve?
Sin piedad y sin cólera mis ojos
me miran a los ojos
desde las aguas turbias de ese charco
que convocan ahora mis palabras.
No veo con los ojos: las palabras
son mis ojos. vivimos entre nombres;
lo que no tiene nombre todavía
no existe: Adán de lodo,
No un muñeco de barro, una metáfora.
Ver al mundo es deletrearlo.
Espejo de palabras: ¿dónde estuve?
Mis palabras me miran desde el charco
de mi memoria. Brillan,
entre enramadas de reflejos,
nubes varadas y burbujas,
sobre un fondo del ocre al brasilado,
las sílabas de agua.
Ondulación de sombras, visos, ecos,
no escritura de signos: de rumores.
Mis ojos tienen sed. El charco es senequista:
el agua, aunque potable, no se bebe: se lee.
Al sol del altiplano se evaporan los charcos.
Queda un polvo desleal
y unos cuantos vestigios intestados.
¿Dónde estuve?

Yo estoy en donde estuve:
entre los muros indecisos
del mismo patio de palabras.
Abderramán, Pompeyo, Xicoténcatl,
batallas en el Oxus o en la barda
con Ernesto y Guillermo. La mil hojas,
verdinegra escultura del murmullo,
jaula del sol y la centella
breve del chupamirto: la higuera primordial,
capilla vegetal de rituales
polimorfos, diversos y perversos.
Revelaciones y abominaciones:
el cuerpo y sus lenguajes
entretejidos, nudo de fantasmas
palpados por el pensamiento
y por el tacto disipados,
argolla de la sangre, idea fija
en mi frente clavada.
El deseo es señor de espectros,
somos enredaderas de aire
en árboles de viento,
manto de llamas inventado
y devorado por la llama.
La hendedura del tronco:
sexo, sello, pasaje serpentino
cerrado al sol y a mis miradas,
abierto a las hormigas.

La hendedura fue pórtico
del más allá de lo mirado y lo pensado:
allá dentro son verdes las mareas,
la sangre es verde, el fuego verde,
entre las yerbas negras arden estrellas verdes:
es la música verde de los élitros
en la prístina noche de la higuera;
-allá dentro son ojos las yemas de los dedos,
el tacto mira, palpan las miradas,
los ojos oyen los olores;
-allá dentro es afuera,
es todas partes y ninguna parte,
las cosas son las mismas y son otras,
encarcelado en un icosaedro
hay un insecto tejedor de música
y hay otro insecto que desteje
los silogismos que la araña teje
colgada de los hilos de la luna;
-allá dentro el espacio
en una mano abierta y una frente
que no piensa ideas sino formas
que respiran, caminan, hablan, cambian
y silenciosamente se evaporan;
-allá dentro, país de entretejidos ecos,
se despeña la luz, lenta cascada,
entre los labios de las grietas:
la luz es agua, el agua tiempo diáfano
donde los ojos lavan sus imágenes;
-allá dentro los cables del deseo
fingen eternidades de un segundo
que la mental corriente eléctrica
enciende, apaga, enciende,
resurrecciones llameantes
del alfabeto calcinado;
-no hay escuela allá dentro,
siempre es el mismo día, la misma noche siempre,
no han inventado el tiempo todavía,
no ha envejecido el sol,
esta nieve es idéntica a la yerba,
siempre y nunca es lo mismo,
nunca ha llovido y llueve siempre,
todo está siendo y nunca ha sido,
pueblo sin nombre de las sensaciones,
nombres que buscan cuerpo,
impías transparencias,
jaulas de claridad donde se anulan
la identidad entre sus semejanzas,
la diferencia en sus contradicciones.
La higuera, sus falacias y su sabiduría:
prodigios de la tierra
-fidedignos, puntuales, redundantes-
y la conversación con los espectros.
Aprendizajes con la higuera:
hablar con vivos y con muertos.
También conmigo mismo.

La procesión del año:
cambios que son repeticiones.
El paso de las horas y su peso.
La madrugada: más que luz, un vaho
de claridad cambiada en gotas grávidas
sobre los vidrios y las hojas:
el mundo se atenúa
en esas oscilantes geometrías
hasta volverse el filo de un reflejo.
Brota el día, prorrumpe entre las hojas
gira sobre sí mismo
y de la vacuidad en que se precipita
surge, otra vez corpóreo.
El tiempo es luz filtrada.
Revienta el fruto negro
en encarnada florescencia,
la rota rama escurre savia lechosa y acre.
Metamorfosis de la higuera:
si el otoño la quema, su luz la transfigura.
Por los espacios diáfanos
se eleva descarnada virgen negra.
El cielo es giratorio lapizlázuli:
viran au ralenti, sus continentes,
insubstanciales geografías.
Llamas entre las nieves de las nubes.
La tarde más y más es miel quemada.
Derrumbe silencioso de horizontes:
la luz se precipita de las cumbres,
la sombra se derrama por el llano.

A la luz de la lámpara –la noche
ya dueña de la casa y el fantasma
de mi abuelo ya dueño de la noche-
yo penetraba en el silencio,
cuerpo sin cuerpo, tiempo
sin horas. Cada noche,
máquinas transparentes del delirio,
dentro de mí los libros levantaban
arquitecturas sobre una sima edificadas.
Las alza un soplo del espíritu,
un parpadeo las deshace.
Yo junté leña con los otros
y lloré con el humo de la pira
del domador de potros;
vagué por la arboleda navegante
que arrastra el Tajo turbiamente verde:
la líquida espesura se encrespaba
tras de la fugitiva Galatea;
vi en racimos las sombras agolpadas
para beber la sangre de la zanja:
mejor quebrar terrones
por la ración de perro del labrador avaro
que regir las naciones pálidas de los muertos;
tuve sed, vi demonios en el Gobi;
en la gruta nadé con la sirena
(y después, en el sueño purgativo,
fendendo i drappi, e mostravami’l ventre,
quel mí svegliò col puzzo che n’nuscia);
grabé sobre mi tumba imaginaria:
no muevas esta lápida,
soy rico sólo en huesos;
aquellas memorables
pecosas peras encontradas
en la cesta verbal de Villaurrutia;
Carlos Garrote, eterno medio hermano,
Dios te salve, me dijo al derribarme
y era, por los espejos del insomnio
repetido, yo mismo el que me hería;
Isis y el asno Lucio; el pulpo y Nemo;
y los libros marcados por las armas de Príapo,
leídos en las tardes diluviales
el cuerpo tenso, la mirada intensa.
Nombres anclados en el golfo
de mi frente: yo escribo porque el druida,
bajo el rumor de sílabas del himno,
encina bien plantada en una página,
me dio el gajo de muérdago, el conjuro
que hace brotar palabras de la peña.
Los nombres acumulan sus imágenes.
Las imágenes acumulan sus gaseosas,
conjeturales confederaciones.
Nubes y nubes, fantasmal galope
de las nubes sobre las crestas
de mi memoria. Adolescencia,
país de nubes.

Casa grande,
encallada en un tiempo
azolvado. La plaza, los árboles enormes
donde anidaba el sol, la iglesia enana
-su torre les llegaba a las rodillas
pero su doble lengua de metal
a los difuntos despertaba.
Bajo la arcada, en garbas militares,
las cañas, lanzas verdes,
carabinas de azúcar;
en el portal, el tendejón magenta:
frescor de agua en penumbra,
ancestrales petates, luz trenzada,
y sobre el zinc del mostrador,
diminutos planetas desprendidos
del árbol meridiano,
los tejocotes y las mandarinas,
amarillos montones de dulzura.
Giran los años en la plaza,
rueda de Santa Catalina,
y no se mueven.

Mis palabras,
al hablar de la casa, se agrietan.
Cuartos y cuartos, habitados
sólo por sus fantasmas,
sólo por el rencor de los mayores
habitados. Familias,
criaderos de alacranes:
como a los perros dan con la pitanza
vidrio molido, nos alimentan con sus odios
y la ambición dudosa de ser alguien.
También me dieron pan, me dieron tiempo,
claros en los recodos de los días,
remansos para estar solo conmigo.
Niño entre adultos taciturnos
y sus terribles niñerías,
niño por los pasillos de altas puertas,
habitaciones con retratos,
crepusculares cofradías de los ausentes,
niño sobreviviente
de los espejos sin memoria
y su pueblo de viento:
el tiempo y sus encarnaciones
resuelto en simulacros de reflejos.
En mi casa los muertos eran más que los vivos.
Mi madre, niña de mil años,
madre del mundo, huérfana de mí,
abnegada, feroz, obtusa, providente,
jilguera, perra, hormiga, jabalina,
carta de amor con faltas de lenguaje,
mi madre: pan que yo cortaba
con su propio cuchillo cada día.
Los fresnos me enseñaron,
bajo la lluvia, la paciencia,
a cantar cara al viento vehemente.
Virgen somnílocua, una tía
me enseñó a ver con los ojos cerrados,
ver hacia dentro y a través del muro.
Mi abuelo a sonreír en la caída
y a repetir en los desastres: al hecho, pecho.
(Esto que digo es tierra
sobre tu nombre derramada: blanda te sea.)
Del vómito a la sed,
atado al potro del alcohol,
mi padre iba y venía entre las llamas.
Por los durmientes y los rieles
de una estación de moscas y de polvo
una tarde juntamos sus pedazos.
Yo nunca pude hablar con él.
Lo encuentro ahora en sueños,
esa borrosa patria de los muertos.
Hablamos siempre de otras cosas.
Mientras la casa se desmoronaba
yo crecía. Fui (soy) yerba, maleza
entre escombros anónimos.

Días
como una frente libre, un libro abierto.
No me multiplicaron los espejos
codiciosos que vuelven
cosas los hombres, número las cosas:
ni mando ni ganancia. La santidad tampoco:
el cielo para mí pronto fue un cielo
deshabitado, una hermosura hueca
y adorable. Presencia suficiente,
cambiante: el tiempo y sus epifanías.
No me habló dios entre las nubes:
entre las hojas de la higuera
me habló el cuerpo, los cuerpos de mi cuerpo.
Encarnaciones instantáneas:
tarde lavada por la lluvia,
luz recién salida del agua,
el vaho femenino de las plantas
piel a mi piel pegada: ¡súcubo!
-como si al fin el tiempo coincidiese
consigo mismo y yo con él,
como si el